LA VISITA AL FORTE DI GAVI

AMICI DEL FORTE E DI GAVI

LA VISITA

La visita al Forte ha una durata di circa un’ora e consente di visitare la parte cosiddetta del “basso Forte”.

Ad oggi non è possibile visitare l’alto Forte anche se la circostanza che la visita sia parziale non toglie nulla. Infatti, occorre tenere conto che si tratta di una struttura militare e l’interesse della visita è di ripercorrerne l’evoluzione storica. La visita (guidata) inizia nel cortile della cittadella dove si trova un piccolo allestimento con fotografie e oggetti ritrovati nel corso dei lavori di restauro:

L’imponente fortezza che si può ammirare sulla sommità della roccia che sovrasta Gavi è il risultato di secoli di storia, di progressi militari e di esigenze di difesa in costante evoluzione: La posizione strategica del posto lascia supporre l’esistenza di un castello di epoca preromana e certamente durante l’epoca romana. Nel medioevo, il castello era formato da due torri di forma trapezoidale e di alte mura che lo rendono inviolabile con i mezzi militari dell’epoca. La prima trasformazione risale a periodo dell’assedio del 1625, quando l’armata franco savoiarda impiega per la prima volta l’artiglieria, mettendo in evidenza la necessità di un intervento di consolidamento e modernizzazione.
Per raggiungere questo obiettivo viene chiamato uno dei più importanti esperti di costruzioni militari Vincenzo da Fiorenzuola, che sarà coadiuvato dall’Architetto Bartolomeo Bianco. Sotto la direzione di questi due uomini il maniero diventa in pochi anni la fortezza che vediamo oggi.

  • il “Basso Forte”, la parte più vicina all’abitato di Gavi, comprendente il cortile della Cittadella, la Cappella, il Bastione di S. Tommaso (detto “di Passaparola”), alcuni ambienti nati come alloggi dei militari e magazzini (trasformati poi in celle per prigionieri), l’ingresso da cui si entra e le sale didattiche del piccolo allestimento museale;
  • l’Alto Forte che custodisce, inglobate nelle strutture militari seicentesche, gli ultimi resti delle fortificazioni genovesi del XIII secolo.

Il castello originario viene abbassato e trasformato nel Maschio del Forte, sei bastioni imprendibili vengono eretti e uniti tra di loro da robuste cortine murarie nelle quali si aprono delle feritoie. Nella parte bassa della costruzione, nasce la cittadella, con camere, cucine, cisterne d’acqua, celle per i prigionieri e le scuderie. Più tardi, tra la fine del diciassettesimo secolo e l’inizio del diciottesimo secolo il Monte Moro viene anch’esso fortificato.
Con questa configurazione, la fortezza può accogliere numerose guarnigioni di soldati e diventa più che mai imprendibile. L’ultima battaglia di cui il forte è teatro rimonta al’epoca napoleonica, quando rimane l’ultimo punto di appoggio francese in Italia a resistere davanti alle armate Austro-russe, prima della vittoria di Napoleone a Marengo il 14 giugno 1800.
Interamente disarmato durante la seconda metà del diciannovesimo secolo, il forte diventa un penitenziario e rimane tale fino all’inizio del secolo successivo. Durante le due guerre mondiali, viene nuovamente utilizzato come campo di internamento dei prigionieri militari.
Oggi, affidato alla Direzione Regionale Musei del Piemonte continua ad essere oggetto di lavori di ricerca e restauro.

La fortezza si erge su una rocca naturale a strapiombo sul borgo antico di Gavi. E’ visitabile nei principali ambienti che la compongono.

Anche se qualcuno ipotizza origini più antiche (addirittura pre-romane), il primo documento che menziona il Castello di Gavi è del 18 aprile 973, più di mille anni fa.
Considerata la posizione strategica del luogo, questo castello, costruito sulla vetta della rocca di Gavi, in una diramazione medievale della via Postumia che da Genova, attraverso Gavi, conduceva al Monferrato e alla Lombardia, faceva parte dei dominii dei Marchesi Obertenghi che ne ricavavano ricchi introiti grazie all’imposizione di un pedaggio stradale.

Passato per un decennio sotto il controllo dell’imperatore Federico Barbarossa, che nel 1177 lo scelse come rifugio per la moglie Beatrice ed il figlio Enrico mentre lui si recava a Venezia per trattare la tregua con i Comuni della Lega Lombarda, fu ceduto ai Genovesi nel 1191 da Enrico VI, figlio del Barbarossa, in cambio di aiuti militari per l’occupazione del regno normanno dell’Italia Meridionale. Dopo un coraggioso quanto vano tentativo di riappropriarsene manu militari nel 1198, gli Obertenghi lo cedettero ai Genovesi a titolo definitivo dal settembre 1202.

Seppure fra alterne vicende, il Castello di Gavi rimase dominio genovese sino al 1418, quando, a seguito di eventi bellici, passò sotto la Signoria dei Visconti di Milano. Da questi il feudo di Gavi con l’antico Castello fu investito ai Fregoso e poi dagli Sforza, l’investitura fu trasferita alla nobile famiglia dei Guasco di origine alessandrina. I Guasco, che erano anche signori di Francavilla, rimasero feudatari del Borgo e del Castello di Gavi sino al 14 novembre 1528, quando il Conte Antonio Guasco vendette alla Repubblica di Genova tutti i diritti esistenti sul Castello di Gavi. Genova ne ebbe così di nuovo il possesso e stavolta ininterrottamente fino al 1815, anno nel quale (dopo la caduta di Napoleone) anche l’antica Repubblica Genovese fu soppressa ed annessa al nuovo Stato Sabaudo.
Nel 1540 furono eseguiti i primi radicali interventi sul Castello da Giovanni Maria Olgiati che ricostruì interamente la cinta muraria che circondava il primitivo Castello, realizzò nuovi bastioni (il cosiddetto “sperone”) e consolidò la struttura originale, di impronta medievale.
Durante la guerra con i Franco-Sabaudi del 1625, il Castello subì gravissimi danni a causa dell’azione delle efficientissime artiglierie francesi, al quale forse non fu estraneo il filosofo e matematico Cartesio, presente a Gavi al momento dell’assedio del Castello.

Una volta riconquistata Gavi e sconfitti i Franco – Sabaudi, la Repubblica di Genova iniziò fin dal 1625 i lavori atti a trasformare il Castello nella grande fortezza che ancor oggi possiamo vedere: sempre per volontà della Repubblica di Genova, il progetto di questo ulteriore ampliamento fu affidato all’architetto Bartolomeo Bianco, il più importante architetto del barocco genovese, ed al frate domenicano Vincenzo da Fiorenzuola (al secolo Gaspare Maculano), noto architetto militare divenuto poi Commissario Generale dell’Inquisizione al momento del processo a Galileo Galilei (1633), durante il quale si adoperò – con discrezione ed efficacia – per salvare la vita al grande scienziato.

In realtà i lavori di ampliamento, interni ed esterni, proseguirono sino agli albori del XIX secolo.
All’esterno, sul lato di levante, fu costruita la “ridotta” di Monte Moro, collegata al Forte attraverso una “galleria” fortificata. All’interno furono edificati alloggi per militari e ufficiali, cisterne, polveriere, corpi di guardia e piazze d’armi. Il tutto con l’ausilio e la progettazione dei più famosi ingegneri militari dell’epoca, da Stefano Scaniglia a Domenico Orsolino, da Pietro Morettini a Pierre De Cotte. Solo per citare alcuni fra i tanti artefici che si avvicendarono e contribuirono al perfezionamento di questa possente Fortezza.
Tutto questo permise al Forte di resistere al progredire della tecnologia dei proiettili, di cui potete vedere alcuni esempi: dalle palle di pietra levigata, a quelle in metallo, fino ai frammenti di bomba del XVIII secolo.

Nel 1859, all’epoca della Seconda Guerra d’Indipendenza, il Forte fu disarmato, e l’edificio fu utilizzato come penitenziario civile, arrivando ad ospitare fino a 1600 detenuti, suddivisi in 10/15 reclusi per cella, che venivano impiegati in lavori manuali come la realizzazione di bottoni (di cui potete vedere un esempio).

  • Durante la Prima Guerra Mondiale divenne prigione per prigionieri austro – ungarici, tenuti in custodia nelle celle dell’alto Forte.
  • Durante la Seconda Guerra Mondiale fu utilizzato come campo di prigionia per ufficiali anglo-americani, detenuti nel basso Forte.

Alla fine del conflitto è rimasto in disuso fino al 1978, anno in cui ha preso avvio il progetto di recupero, di cui, in questa sala, sono documentati progressi compiuti fino ad oggi.

Usciti dalle sale allestite, è possibile visitare una cella rimasta intatta dagli anni della Seconda Guerra Mondiale, quando veniva usata per la reclusione di ufficiali anglo – americani e, dopo l’8 settembre 1943, di ufficiali italiani che non vollero collaborare con l’occupante tedesco: tra essi, il Generale C.A. Luigi Efisio Marras, già addetto militare a Berlino fino all’8 settembre 1943, poi – una volta fuggito dal Forte di Gavi – figura importante del Corpo di Liberazione Nazionale e primo Capo di Stato Maggiore del ricostituito Esercito Italiano (1947).

Successivamente ci si reca a visitare la Cappella (od Oratorio), costruita nel XVIII secolo per la cura delle anime dei soldati (in aggiunta alla cappella dell’Alto Forte), fu poi sconsacrata e, nel periodo della seconda guerra mondiale, trasformata in locale doccia per gli ufficiali. Ora è utilizzata solo come sede espositiva oppure come ambiente utilizzato nel corso di manifestazioni culturali. Ritornando indietro lungo il cortile della cittadella si possono osservare le celle disposte su due piani. Passando sotto ad un arco, si risale a destra sulla mulattiera che porta all’alto forte.

Arrivati al Bastione di San Tommaso (detto “di Passaparola”), osservando il panorama circostante, si comprende appieno l’importanza strategica di Gavi: in direzione del Monte Tobbio c’è Genova; più a destra c’è il Santuario della Madonna della Guardia di Gavi; ad ovest nelle belle giornate si vede il Monviso; a nord c’è Milano.
Volgendo lo sguardo all’Alto Forte, potrete vedere un vigneto impiantato nel 1923 per condurre una sperimentazione contro la filossera: sotto la vigna parte uno dei tanti camminamenti interni, al riparo dai proiettili nemici.

Guardando verso l’ingresso dell’Alto Forte, si può vedere l’ultima delle torri del Castello Medievale ancora visibile, risalente al XIII secolo.
Ai piedi della torre, nel XVII secolo, esisteva un ponte levatoio, che difendeva l’ingresso al Forte già intrinsecamente di difficile accesso, in quanto era in salita ed in curva.
Entrando, vi sono scolpiti sulla roccia, due stemmi della Repubblica di Genova, di cui per secoli Gavi fu parte integrante. Questi stemmi sono realizzati in grandi dimensioni, in quando, all’epoca del Castello medievale, dovevano essere visibili da lontano. Attualmente sono danneggiati a causa di fori che servivano a posizionare travi per puntellare il ponte levatoio una volta chiuso. Sulla destra, una porta seicentesca conduce alla parte alta del Forte, non ancora visitabile. Sulla sinistra, ci sono gli ingressi a due serie di ambienti ancora visitabili.

Scendendo dalla scala si accede a questo ambiente che fu utilizzato come cella per i prigionieri austro-ungarici durante la Prima Guerra Mondiale: si conservano ancora, sulle pareti rocciose della collina su cui sorge l’Alto Forte, i loro graffiti.
Il piano di calpestio è quello originale d’accesso al Castello medievale, che aveva la sua porta più in basso rispetto all’attuale ingresso all’Alto Forte: ciò spiega le grandi dimensioni degli stemmi della Repubblica di Genova scolpiti nella roccia.

Risalendo la scala, si può accedere ad alcuni ambienti secenteschi. Gli accessi fra una stanza e l’altra sono molto stretti, tanto da consentire il passaggio di una sola persona alla volta per questioni di sicurezza: in caso di intrusioni i soldati avrebbero avuto la possibilità di arrestare un attacco nemico. Le stanze erano usate come dormitori ed erano arredate con pagliericci o tavolacci. All’epoca della Seconda Guerra Mondiale, divennero magazzini per derrate alimentari, confidando sul fatto che, grazie allo spessore delle pareti, la temperatura di queste stanze è costante, sia d’inverno che d’estate, come in una cantina. Sono ancora visibili sul soffitto i ganci a cui erano appese le ceste contenenti i viveri, per difenderli dai topi.
A ridosso della roccia si vedono ancora le mura dell’antico Castello di Gavi, realizzate in blocchi perfettamente squadrati: risalgono, come la torre, al XIII secolo.

Ritornando alla Cittadella, prima di concludere la visita, si potrà vedere l’ingresso originale al Forte di Gavi. Si tratta di una porta difesa da ponte levatoio (non più conservato) che permetteva l’accesso al Bastione della Mezzaluna, nel quale si trova una polveriera realizzata nel XVIII secolo per custodire in sicurezza la polvere da sparo per il Forte.
Nella volta vediamo dei fori: sono caditoie o “piombatoie” che servivano a far cadere acqua bollente, pietre o piombo fuso da usare come difesa per un eventuale attacco; non erano usate sostanze oleose perché, mentre il piombo è sufficiente in piccole quantità per ferire gravemente un invasore e una volta raffreddato si può recuperare facilmente e riutilizzare rifondendolo, un olio impregnerebbe l’ingresso rendendolo scivoloso anche per i difensori del Forte, essendo molto difficile da ripulire.

La polveriera è interrata all’interno del Bastione di Mezzaluna, ed è separata dal corpo del bastione da una trincea che aveva un duplice scopo.
In caso di esplosione, essa doveva servire come camera di espansione, ammortizzando l’urto della deflagrazione e limitando così i danni alla struttura del Forte.
Oltre a ciò, la trincea serviva ad isolare la camera dalla terra del bastione, evitando che nel locale della polveriera si accumulasse umidità che, con l’andar del tempo, avrebbe reso inutilizzabile la polvere da sparo in essa contenuta.