IL FORTE SI RACCONTA

AMICI DEL FORTE E DI GAVI

IL FORTE SI RACCONTA

Buongiorno, sono “il Forte di Gavi”
o meglio così mi chiamano questi cari “Amici” sul cui sito avete certamente navigato
se ora vi trovate qui

Già, perché nel corso della mia lunga storia sono stato tante cose, e alcune molto diverse tra loro, e pure il mio aspetto è cambiato parecchio da quel lontano 18 aprile del 973, quando per la prima volta il mio nome compare in un documento scritto: una fregatura, però, perché l’autore di quella pergamena, il nobile toscano Lamberto, dichiarava di possedermi quando in realtà mi aveva perduto da tempo a causa della propria ribellione all’imperatore Ottone I.

In tale occasione giunsi in mano alla famiglia degli Obertenghi, che avevano domini che si estendevano su ampie zone degli attuali Piemonte, Liguria ed Emilia Romagna, e anche in un po’ di Toscana. Rimasi a loro nonostante anch’essi (a differenza del marchese Oberto, loro capostipite, antico e fedele alleato dell’imperatore Ottone I) si diedero parecchio da fare contro il Sacro Romano Impero: sostennero Arduino d’Ivrea quando si proclamò re d’Italia alla morte di Ottone III; tentarono di assassinare Enrico II quando, nel febbraio 1014, si trovava a Roma per essere incoronato Imperatore; appoggiarono la ribellione di Pavia negli anni 1024 – 1026 che iniziò con l’incendio del Palazzo Imperiale che si trovava in quella città fin dai tempi del re ostrogoto Teodorico il Grande; appoggiarono papa Gregorio VII e la Contessa Matilde di Canossa nella lotta contro Enrico IV.

All’epoca non ero certo un monumento imponente come mi vedete ora; ero uno dei numerosi castelli rupestri che difendevano le vette dei monti dell’Appennino nei punti di passaggio più importanti per il commercio e per il controllo del territorio. Il mio aspetto era molto simile a quello che tuttora il Castello della Pietra di val Vobbia in provincia di Genova: due speroni di roccia, collegati da mura originariamente in legno e poi realizzate in pietra sbozzata alla meglio, e nulla più. Semplice ma, per i mezzi di allora, inespugnabile.
Forse confidenti nella mia inviolabilità, forse la “vocazione alla ribellione” degli Obertenghi loro antenati, forse perché convinti (più o meno spontaneamente) dal Comune di Genova, i Marchesi di Gavi sfidarono anche Federico Barbarossa: il 15 agosto 1172, nella chiesa di S. Giacomo che ancor oggi potete ammirare, accolsero come propri vassalli i rappresentanti della città ribelle di Alessandria, sorta da neanche cinque anni.

Il Barbarossa non la prese affatto bene: nell’autunno del 1174, nel corso delle operazioni di assedio di Alessandria, prese il controllo dell’intera Gavi, me compreso. Avendo capito l’importanza della mia posizione, Federico Barbarossa finché visse non mi concesse a nessuno e, anzi, per assicurarsi che i Marchesi non mi riprendessero con la forza o, più probabilmente, con qualche sotterfugio, collocò qui da me una guarnigione tedesca; ebbi anche l’onore di ospitare questo grande imperatore nel dicembre del 1185, quattro anni e mezzo prima della sua morte durante la Terza Crociata.

Suo figlio, Enrico VI, mi cedette ai Genova nel 1191 in cambio dell’aiuto della flotta genovese per la conquista del Regno di Sicilia. Nel 1198 i Marchesi di Gavi, pensando che i Genovesi fossero meno tosti del Barbarossa, tentarono di entrare da me scavando alla base delle mura (la prima delle tante gallerie della mia lunga storia) ma furono scoperti e il tentativo fallì; inoltre, in quello stesso anno, i Genovesi sconfissero definitivamente i Marchesi di Gavi e la coalizione che li sosteneva: nel settembre del 1202 gli Obertenghi firmarono la resa, e io divenni castello Genovese.

Sì, un Castello con la “C” maiuscola: perché i Genovesi, forse completando lavori già iniziati dal Barbarossa, mi avevano trasformato in una splendida fortificazione realizzata non con pietre sbozzate alla meglio, ma con grandi blocchi perfettamente squadrati, degni non tanto di un castello quanto di una Cattedrale. Un segno di opulenza che era soprattutto un messaggio di tipo psicologico diretto alle spie nemiche che si aggiravano nel borgo di Gavi per cercare informazioni o per scrutarmi, da lontano, sperando di trovare in me punti deboli: lasciate perdere, Genova è così ricca e potente da permettersi di “sprecare” tecniche di costruzione “de luxe” anche per un castello di confine come me.

Genova mi considerava così importante da dedicare un intero capitolo dei suoi statuti alle regole da rispettare per l’approvvigionamento delle armi da tenere a disposizione all’interno delle mie mura: queste prescrizioni sono contenute in un frammento che costituisce il più antico testo superstite degli Statuti del Comune di Genova, scritto su pergamena nel XIII secolo.

Ah, il Duecento: un’epoca d’oro non solo per me, ma per l’intera Gavi, che in quegli anni vide il completamento della chiesa di S. Giacomo, la costruzione delle mura, e lo sviluppo di agricoltura e commerci basati sul grano e su quel “vinum clarum” che ancor oggi è esportato in tutto il mondo. Peccato che, a causa delle contese tra Doria e Spinola a partire dagli anni Novanta di quel secolo, Genova perse la propria compattezza cittadina e io, che ero il Castello più settentrionale del dominio del Comune, divenni non più un baluardo, ma un covo di ribelli.

Nel XIV secolo, dopo la grande peste descritta nel Decamerone da Giovanni Boccaccio, i Visconti signori di Milano, città che in Italia aveva subito molto meno delle altre gli effetti terribili di questo contagio, approfittarono di questo vantaggio e iniziarono ad allargare il proprio dominio all’intera Italia Settentrionale: tentarono più volte, con alterne fortune, di impossessarsi di Genova e ogni volta, per cominciare, si insediavano tra le mie mura. Stesso andirivieni all’epoca degli Sforza: ogni volta che la mia torre sud (quella che voi chiamate “del Barbarossa”, e che forse lo è davvero) cambiava bandiera, ecco nuovi lavori e nuovi rifornimenti di vettovaglie e di armi, tra cui le nuove armi da fuoco che, pian piano, sostituirono balestre e le macchine per il lancio di pietre e altri proiettili.

Nel 1528, grazie agli accordi tra Carlo V e Andrea Doria, passai a Genova e rimasi genovese per più di un secolo durante il quale Genova, inizialmente, prestò molta attenzione alle mie fortificazioni: nel 1540, per rinforzarle, venne chiamato nientemeno che Giovanni Maria Olgiati, che oltre alle mura del borgo di Gavi aveva lavorato a quelle di Genova e che, dopo avermi rinforzato, nel 1542 ottenne l’incarico per le nuove mura di Milano, città dove morì nel 1557. Dopo il suo intervento, però, l’attenzione della Repubblica di Genova cominciò a calare: vennero eseguiti sì lavori di riparazione, ma ben poco fu fatto per rinnovare l’armamento e per adeguarmi a resistere a cannoni sempre più potenti; d’altronde, di che preoccuparsi, dato che Alessandria, Tortona e Serravalle erano sotto il controllo dello Stato di Milano e, di conseguenza, del Re di Spagna, sui cui domini non tramontava ma il sole? Chi avrebbe osato attaccare tanta potenza, che era diventata protrettrice di Genova ?
Già, perché nel frattempo i Genovesi avevano sfruttato abilmente il legame creato da Carlo V e Andrea Doria e, da mercanti e guerrieri del mare che erano, erano diventati grandi banchieri, gestori, meglio dire, dominatori e padroni delle finanze del Regno di Spagna nel quale, è vero, non tramontava ma il sole, ma il denaro terminava sempre, e rapidamente, a causa delle spese per le guerre e per le opere volte a rappresentare la magnificenza del Re e dei suoi nobili: i Genovesi, grazie alle filiali delle proprie banche sparse in tutta Europa, anticipavano, pagando immediatamente e sul posto, enormi somme di denaro che poi la Spagna restituiva loro ad interessi attorno all’1% o 2% ogni tre mesi.

Questo flusso di denaro rese Genova la splendida città barocca che è ancora oggi, e la fama dei suoi grandi banchieri fece sì che, in Spagna, la cambiale venisse definita “lettera dei Genovesi”: ma tanta ricchezza, da autentica “cassaforte della Spagna”, attirò su Genova le mire della Francia, l’altra grande potenza europea, l’indomabile rivale degli Asburgo di Vienna e di Madrid. Guadagnato l’appoggio del Duca di Savoia Carlo Emanuele I, che con questo rovesciò la politica filospagnola di suo padre Emanuele Filiberto, l’esercito francese mosse contro Genova che, a causa del voltafaccia sabaudo, si ritrovò indifesa. Tra marzo e aprile 1625 Ovada, Novi Ligure e Gavi caddero una dopo l’altra, e io stesso fui gravemente danneggiato da un cannoneggiamento guidato, pare, da un giovane e promettente esperto di balistica di nome Cartesio, che poi sarebbe diventato uno dei padri della scienza moderna. Riconquistato dai Genovesi nell’estate di quello stesso anno, io non ero più in grado, al pari dei castelli di Ovada, Novi e Voltaggio, di resistere ad un nuovo assedio: Genova, dovendo concentrare le proprie risorse sulla costruzione di una nuova cinta di mura, non aveva molti soldi da spendere per noi castelli oltre l’Appennino; decisero di ristrutturarne uno solo, e quello fui io. Perché?

Provate a guardarvi intorno, ma non con navigatore satellitare; usate una mappa del XVII secolo, e capirete che qui, ai miei piedi, la strada in arrivo da Genova si divideva in due rami: uno verso Serravalle, Stato di Milano, Spagna; l’altro verso il Monferrato e il Ducato di Savoia, entrambi alleati della Francia. Per arrivare a Genova tutti dovevano passare di qua, amici o nemici che fossero: quale posto migliore per proteggere la “cassaforte della Spagna” costruendo una “serratura” come me?

Avendo imparato la lezione, Genova decise di trasformarmi da Castello, gravemente danneggiato e comunque inadeguato e reggere il confronto con le più recenti armi da fuoco, in un Forte inespugnabile; per far questo, prese come consulente il migliore sulla piazza: il frate domenicano Vincenzo da Fiorenzuola.

Un frate?

Sì, avete capito bene: un padre domenicano, membro dell’Inquisizione Romana, ma più esperto di fortezze e di matematica che non di processi ed eresie, o presunte tali. Un inquisitore “sui generis” che Urbano VIII pose come responsabile dell’accusa al processo a Galileo Galilei: da aprile a giugno 1633, Fiorenzuola, matematico come Galileo, progettista di fortezze come Galileo, riuscì ad indirizzare il processo evitando al grande scienziato la condanna al rogo.

Fiorenzuola cominciò a compiere i primi sopralluoghi tra le mie mura nell’ottobre 1625; a lui, la Repubblica di Genova decise di affiancare, come effettivo responsabile del progetto, il più famoso e brillante degli architetti suoi concittadini: Bartolomeo Bianco, l’autore di molti tra i più belli tra i palazzi della nobiltà genovese. I governanti avevano le proprie ragioni: in caso di errori sul progetto della mia ristrutturazione, ci voleva una “testa da decapitare” su cui far ricadere, con l’accusa di tradimento, l’intera responsabilità; un frate, e per di più dell’Inquisizione, non si prestava affatto allo scopo, anche perché all’epoca le scomuniche fioccavano, eccome. Nonostante le scintille tra i due, nel marzo 1626 fu presentato il progetto esecutivo e così io, da Castello che ero, diventai Forte, in tutti sensi, e già operativo nel 1629, dopo neanche quattro anni: un’opera pubblica completata in un tempo così breve ve la sognate, vero?

E’ vero, con il tempo sono stato oggetto di miglioramenti e ampliamenti, e la mia dotazione di artiglieria crebbe con il tempo fino ad arrivare ai 47 pezzi del 1795: ma già nel 1629, dopo il raddoppio della mia estensione con la realizzazione, sbancando la collina, del cosiddetto “Basso Forte”, il mio aspetto era già quello attuale. Ricordo bene, però, le tre aggiunte (polveriera, caponiera e ridotta di Monte Moro) eseguite all’inizio del XVIII secolo dallo svizzero Pietro Morettini, anche lui, come Bartolomeo Bianco, originario del Canton Ticino. Lui aveva l’abitudine di preassemblare, a piè di cava, tutte le costruzioni che intendeva realizzare all’interno delle mie mura: fatto questo, marcava le pietre con segni convenzionali che servivano a rimetterle immediatamente nella giusta posizione quando erano utilizzate nel cantiere vero e proprio. Chi pensa di aver fatto una grande innovazione creando mobili componibili sulla base di istruzioni figurate, sappia che non ha inventato proprio niente.

Ebbi ancora tre assedi, con sorti diverse: nel 1745, con i Genovesi dentro e gli Austriaci fuori, che entrarono per la resa della città, riscattata poi dal sasso di Balilla e dalla rivolta che ne seguì; tra il 1799 e il 1800, con i Francesi dentro e gli Austriaci fuori, che questa volta però non fecero tempo ad entrare perché Napoleone Bonaparte, a Marengo, gliele suonò di santa ragione; nel 1814, con i Francesi dentro e gli Inglesi fuori, che dopo aver liberato (così dissero) Genova, pensarono di fare la stessa cosa con me, aiutati dal fatto che l’invincibile “Bonnie” non era più tale, e stava scappando pure da Parigi. In ogni caso, non fui mai conquistato né con le armi né con la fame o la sete, e non ci fu mai bisogno di usare le due gallerie di fuga che Fiorenzuola aveva predisposto, una sul lato verso Montemoro (quella che oggi è l’ingresso per i visitatori) e l’altra verso Novi.

Nel 1814, l’anno del mio ultimo assedio, la fregatura: Genova, la mia antica madrepatria, a cui l’Inghilterra aveva promesso il ritorno all’antica libertà dopo essere stata per quasi vent’anni preda di Napoleone, fu invece ceduta ai Savoia. Nel 1854, il conte di Cavour, per la prima volta presidente del Consiglio dei Ministri, dato che il confine che intendeva presidiare era quello verso la Lombardia austriaca, non trovò alcuna utilità in una fortezza come me, nata per difendere un confine e ora, invece, nel bel mezzo di uno Stato; risultato: La Cittadella di Alessandria fu rafforzata, io venni smilitarizzato. I miei cannoni finirono tutti a Torino e, anziché soldati, mi abitarono prigionieri.

Ora, sarà perché quasi mille anni di vita militare non possono essere cancellati per decreto, neanche se a firmarlo fu Vittorio Emanuele II, ma i soldati tornarono tra le mie mura, e più volte anche se come in condizione di prigionia militare.

I primi furono, nell’inverno del 1863, il barone francese De Christen e altri ex-generali dell’Esercito del regno delle Due Sicilie che, pochi mesi dopo la proclamazione dell’Unità d’Italia, organizzarono un colpo di stato, fallito, per riportare re Francesco sul trono di Napoli. Poi, tra il 1915 e il 1919, toccò agli Austro-ungarici: i discendenti di coloro che tentarono più volte di entrare con la forza tra le mie mura, ora non vedevano l’ora di uscirne, o per andare a lavorare nei campi (meglio che ammuffire in cella, o no?) o per scappare. Infine, durante la Seconda Guerra Mondiale, prima gli ufficiali di Sua Maestà Britannica e poi, dopo l’8 settembre del 1943, gli ufficiali del Regio Esercito che non aderirono alla Repubblica Sociale Italiana: gli uni e gli altri, autori di rocamboleschi tentativi di fuga.

Con la pace, si concluse la mia storia: divenni un monumento a me stesso, e per di più muto, perché le mie mura caddero in rovina, e io divenni luogo per giochi di bambini. Solo con i restauri degli anni ’70 e ’80 del secolo scorso, con gli studi fatti da Geo Pistarino e Romeo Pavoni a partire proprio da quegli anni, e con l’opera infaticabile di Carletto Bergaglio, cresciuto alla mia ombra, il silenzio si ruppe.

A partire dal 2008, infine, grazie ad Armando Di Raimondo, Italo Pucci e David Guss (sì, un professore giunto dalla lontana America per conoscermi), ho ritrovato, di nuovo, tutta la mia voce: quella che, grazie agli “Amici”, avete potuto ora ascoltare.